lunedì 22 agosto 2016

Accorto nel tacere, tempestivo nel parlare


Nell’intervista rilasciata al sito Cooperatores veritatis, rispondendo a una domanda sulla “pastoralità”, citavo le lettere pastorali di San Paolo e la Regola pastorale di San Gregorio Magno. Rinviando a un futuro intervento un approfondimento sulle lettere pastorali (cosa che richiede un certo impegno), per il momento mi limiterò a riportare una pagina tratta dalla Regola pastorale di Gregorio Magno. Ve la propongo non solo perché molto attuale, ma anche e soprattutto perché mi pare illuminante, per comprendere l’abisso che separa l’idea di “pastorale” odierna da quella che aveva in mente il Santo Dottore. Il brano è ripreso dalla Liturgia delle ore, Officium lectionis della domenica XXVII per annum (ciclo unico) e della domenica XXI per annum (anno II del ciclo biennale). Mi sono permesso di apportare qualche ritocco alla traduzione italiana.
Q

domenica 21 agosto 2016

«Contendite!»



In today’s gospel a question is put to Jesus. It is not the first time that we find in the gospel of Luke someone asking Jesus. As we saw in other occasions, Jesus usually does not answer directly these questions, simply because they are put in the wrong way. Look at the question in today’s passage: “Lord, will only a few people be saved?” It is a totally abstract question; we would say, a purely academic question, exclusively aroused by curiosity. What will change in my life, when I have known if those saved are many or few? Definitely nothing! That is why Jesus never answers this kind of questions. He has not come into the world to take part in academic disputes; he has come to bring salvation. So, what is important is not to know how many people will be saved, but to be concerned about one’s own salvation. Therefore, he answers: “Strive to enter through the narrow gate.” Here is what really matters: “Strive to enter through the narrow gate.” The only thing you should be concerned for is to get salvation for yourself. And, apparently, it is not so easy.

domenica 14 agosto 2016

Foederis Arca



Today, instead of the liturgy of the 20th Sunday in Ordinary Time, we celebrate the Vigil Mass of the Assumption of the Blessed Virgin Mary. Among the solemnities of Our Lady, maybe it is the most important, because by it we observe her heavenly glorification. A unique glorification, because, at the end of her earthly life, unlike other human beings, Mary was taken up body and soul into heaven.

The readings of the Mass illustrate this mystery. The first reading, taken from the Old Testament, is about the ark of the covenant. It had been made to keep the tablets of the law. It was considered by the Israelites the most precious thing they had. It was a sign of the presence of God among them. It was often called the “footstool” for the feet of the Lord. Today’s first reading relates the moment when the ark was introduced into Jerusalem. Up to David, the ark was kept under a tent; Solomon built the temple for it, and placed it in the innermost sanctuary of the temple, the so-called “Holy of Holies.” Well, the Virgin Mary has always been considered the “ark of the new covenant” (Foederis arca, we say in the litany), because she carried in her womb Jesus, the Son of God, who established the new and eternal covenant between God and man. The Jews believed that the ark of the covenant was incorruptible; according to a tradition, when the temple of Jerusalem was destroyed, the ark was saved by the prophet Jeremiah and hidden on Mount Nebo; and they believe that it will reappear at the end of time. If the ark of the covenant was incorruptible, all the more so should the Mother of God be. The one who had carried in herself the Author of life could not experience the corruption of the tomb. As the introduction of the ark into the holy city was for its inhabitants a cause for celebration, so should the assumption of the Blessed Virgin into heaven be for us a motive for great joy.

The second reading reminds us of another reason which explains the assumption of Mary. The cause of death is sin. So the one who had not known sin, because she was immaculate, could not taste death. Of course, she had no merit in all that. Victory over sin and death was won by her Son Jesus Christ. She just took advantage of his victory, firstly being born without any stain of sin, and then not knowing the corruption of death.

In the gospel a woman declares “blessed” the womb that carried Jesus and the breasts at which he nursed. She is stating a profound truth; practically, with simple words, she is revealing in advance the mystery of Mary’s glorification. But it is interesting what Jesus replies, “Rather, blessed are those who hear the word of God and observe it.” It is interesting, because it is for us a cause for consolation. We could feel a little frustrated before Mary: she was immaculate, she became the Mother of God, and finally she was assumed into heaven. And we? We are poor sinners: how can we aspire to such privileges? Those of the Blessed Virgin are unique graces; she alone received them. But God makes sure that we shall not want for the graces required for our salvation. The only thing he requests of us is to hear the word of God and observe it. If we do it, we too will share in the same glorious destiny as Mary’s.
Q

venerdì 12 agosto 2016

Un progetto che ci precede



È stata recentemente pubblicata la costituzione apostolica Vultum Dei quaerere sulla vita contemplativa femminile, recante la data del 29 giugno 2016. Nella sua presentazione, avvenuta il 22 luglio scorso, è stata evidenziata la distanza temporale che la separa dalla precedente costituzione apostolica in materia, la Sponsa Christi di Pio XII, promulgata nel 1950 (66 anni fa!). Il Segretario della Congregazione per gli IVC e le SVA, il francescano Mons. José Rodríguez Carballo, nel presentare il documento, ha rilevato che le monache di clausura negli ultimi decenni erano state trascurate a livello legislativo, tanto da essere ancora sottoposte alle norme emanate da Pio XII, e che quindi la nuova costituzione apostolica veniva a colmare una “lacuna di cui si iniziavano a sentire sensibilmente le conseguenze”. Ciò che i mezzi di informazione hanno rilanciato a proposito di questo nuovo documento pontificio praticamente si riduce all’invito a non “reclutare candidate alla vita contemplativa da altri Paesi, al solo scopo di mantenere la sopravvivenza del monastero” (art. 3, § 6) e alla raccomandazione di fare un uso prudente dei mezzi di comunicazione (n. 34).

Se devo essere sincero, non avevo intenzione di leggere la nuova costituzione apostolica, dal momento che non mi riguarda direttamente; ma poi, non resistendo alla curiosità, me la sono letta non una, ma due volte. Sí, perché dopo averla letta una prima volta ed essere rimasto perplesso su alcuni passaggi, mi è venuta la voglia di conoscere quale fosse la normativa precedente; per cui mi sono andato a leggere la costituzione apostolica Sponsa Christi di Pio XII (21 novembre 1950), l’istruzione Venite seorsum del 15 agosto 1969 (sul sito della Santa Sede c’è solo il testo latino; per la traduzione italiana bisogna ricorrere all’Enchiridion Vaticanum) e l’istruzione Verbi Sponsa del 13 maggio 1999. Terminata la lettura di questi documenti, ho sentito il bisogno di tornare sulla Vultum Dei quaerere, per poter fare un confronto.

Il semplice elenco dei summenzionati testi dovrebbe essere sufficiente a dimostrare che non è del tutto vero quanto affermato da Mons. Carballo nella conferenza di presentazione: non corrisponde a verità che le povere monache continuavano a osservare le norme del 1950, quasi che dopo il Concilio Vaticano II non ci fossero stati altri interventi legislativi. Già nel 1969 l’istruzione Venite seorsum (neppure citata nella nuova costituzione, tamquam non esset…) si proponeva di applicare le disposizioni del Concilio (e del motu proprio Ecclesiae Sanctae) alla clausura delle monache; nel 1999 poi (e quindi successivamente alla pubblicazione del nuovo Codice di diritto canonico e della esortazione apostolica post-sinodale Vita consecrata) era stata emanata una nuova istruzione, la Verbi Sponsa, che aveva adeguato le norme riguardanti la clausura al nuovo contesto. Per cui non c’è mai stato un vuoto legislativo: le monache avevano a disposizione il Codice di diritto canonico, le loro costituzioni e l’istruzione Verbi sponsa per sapere come comportarsi. Anzi, mi chiedo se proprio ci fosse bisogno di questo ulteriore intervento. Ma è una domanda destinata a rimanere senza risposta, dal momento che non conosco quale fosse la reale situazione dei monasteri di clausura. Le osservazioni che seguono, pertanto, si fondano esclusivamente sulla lettura dei testi, sul loro confronto e sulla mia personale esperienza di vita religiosa (ma non su una diretta conoscenza della vita claustrale che, ovviamente, mi manca).

La prima impressione che ho avuto nel leggere questi documenti è stata quella di trovarmi di fronte, nel caso dei primi tre (Sponsa Christi; Venite seorsum; Verbi Sponsa), a dei testi, diversi fra loro, ma tutti “robusti” dal punto di vista dottrinale e chiari e precisi sul piano normativo; nel caso della nuova costituzione invece, ho avuto l’impressione di avere a che fare con una specie di “pia esortazione”, che si mostra poi incerta e confusa in fase legislativa. Ciò che mi ha maggiormente colpito nel leggere la costituzione apostolica di Pio XII è stato il suo interessantissimo excursus storico; leggendo l’istruzione Venite seorsum (che per me rimane il testo migliore), sono rimasto impressionato dalla fondazione biblico-teologica della vita claustrale (basta scorrere le note per rendersi conto della ricchezza di riferimenti); l’istruzione Verbi Sponsa — la quale, dopo aver riaffermato “i fondamenti dottrinali della clausura proposti dall’Istruzione Venite seorsum”, si proponeva solo di aggiornare le norme della clausura papale (n. 2) — mi ha dato l’impressione di essere ancora pienamente attuale e non bisognosa di ulteriori revisioni.

Bisogna riconoscere che la nuova costituzione apostolica contiene numerosi elementi assenti nei documenti precedenti; e quindi potrebbe dare l’impressione di una maggiore completezza. Ma, se si analizza attentamente la natura di tali novità, ci si accorgerà che si tratta di elementi comuni a ogni forma di vita consacrata: essi erano già presenti nei numerosi documenti post-conciliari rivolti ai consacrati, fra i quali sono da annoverare anche le monache di clausura. L’obiettivo dei precedenti documenti era quello di considerare esclusivamente gli elementi specifici della vita contemplativa (la clausura, l’autonomia dei monasteri con la possibilità di federarsi fra loro, il lavoro e lo specifico apostolato). Gli elementi presi in esame da Vultum Dei quaerere sono dodici: formazione, preghiera, Parola di Dio, Eucaristia e Riconciliazione, vita fraterna in comunità, autonomia, federazioni, clausura, lavoro, silenzio, mezzi di comunicazione e ascesi. Va riconosciuto che era forse opportuno trattare alcune di queste tematiche, anche se poi il modo in cui lo si è fatto potrebbe non risultare sempre del tutto soddisfacente (come, p. es., a proposito dei mezzi di comunicazione).

Nella presentazione della vita claustrale (che però, come accennato, si confonde spesso con la semplice vita consacrata) si rilevano alcune sottolineature tipiche dell’attuale teologia della vita religiosa: ho notato un’insistenza (che personalmente trovo eccessiva, se messa in rapporto con altre prospettive che sono state o trascurate o del tutto ignorate) sulla sua dimensione profetica (nn. 2; 3; 4; 5; 6; 16; 23; 35; 36; art. 13); mentre ho percepito una specie di riluttanza a riconoscere l’oggettiva superiorità della vita claustrale (n. 4: «Le comunità di oranti, e in particolare quelle contemplative … non propongono una realizzazione piú perfetta del Vangelo ma, attuando le esigenze del Battesimo, costituiscono un’istanza di discernimento e convocazione a servizio di tutta la Chiesa»). Ho riscontrato una certa compiacenza a ripetere affermazioni oggi di moda:  «La vita monastica, elemento di unità con le altre confessioni cristiane» (n. 4), il che è vero solo per quanto riguarda i rapporti con l’Ortodossia; i monasteri considerati come “scuole di preghiera” (nn. 17; 21; 36) o la raccomandazione a condividere il frutto della meditazione sulla parola di Dio (n. 19; art. 5, § 2), cose difficilmente realizzabili, e in ogni caso discutibili, se si tiene conto della clausura. Non potevano mancare i ricorrenti slogan di Papa Francesco: le “periferie” (n. 6); l’“autoreferenzialità” (n. 29); la “mondanità” (n. 35); la “cultura dello scarto” (n. 36). Chiedo: è davvero necessario che, in qualsiasi contesto, debbano sempre venir fuori le medesime tematiche? Era proprio cosí importante raccomandare alle monache di clausura: «Abbiate cura di preservarvi “dalla malattia dell’autoreferenzialità”»? A parte il fatto che non so che cosa capiranno (io, personalmente, faccio fatica); ma, in fin dei conti, è un peccato tanto grave?

Nel documento si insiste molto — e giustamente — sulla formazione. Ma anche qui lo si fa concedendo molto alle tendenze del momento: si parla di “formazione permanente”, dentro la quale dovrebbe inserirsi la stessa formazione iniziale (art. 3, § 1); di “formazione delle formatrici” (art. 3, § 3); di partecipazione a “corsi di formazione” fuori del monastero (art. 3, § 4); di case comuni di formazione (art. 3, § 7). Cose che si fanno in tutti gli istituti, ma di cui si fa tuttora fatica a scorgere la reale utilità. 

Non saprei esprimere un giudizio sugli aspetti giuridici dell’autonomia e delle federazioni. Per chi, come me, appartiene a un Ordine religioso centralizzato non è facile capire quali siano i meccanismi giuridici che regolano la vita dei monasteri. Certo, meraviglia che ciò che finora era solo una possibilità sia ora diventato un obbligo. L’istruzione Verbi Sponsa affermava chiaramente: «La scelta di aderirvi o meno [alle federazioni] dipende dalla singola comunità, la cui libertà dev’essere rispettata» (n. 27); adesso viene disposto: «Inizialmente tutti i monasteri dovranno far parte di una federazione» (art. 9, § 1). Non so quale sia stato il motivo che ha portato a questo cambiamento; suppongo si tratti della situazione di molti monasteri che non riescono piú, per la scarsità delle monache e per la loro età avanzata, a essere completamente autonomi. Ma certo si tratta di una evoluzione che fa riflettere.

Nutro qualche perplessità a proposito della clausura. A parte il fatto che nel documento si parla di quattro forme (n. 31: «La clausura è stata codificata in quattro diverse forme e modalità [cf VC 59; can. 667]: oltre a quella comune a tutti gli Istituti religiosi, ve ne sono tre caratteristiche delle comunità di vita contemplativa, dette papale, costituzionale e monastica»), mentre, nella conferenza di presentazione, Mons. Carballo parla di tre («vengono ridefiniti i tre tipi di clausura già contemplati in certo modo da Vita consacrata 59, cioè clausura papale, costituzionale e monastica»), personalmente ritengo che non sia corretto parlare, a proposito delle monache di clausura, né di quattro né di tre forme di clausura: per loro esistono esclusivamente la “clausura papale” e la “clausura costituzionale”; il loro unico punto di riferimento è il § 3 del can. 667, dove appunto si parla di questi due tipi di clausura. E in quel paragrafo viene enunciato anche il criterio per l’adozione dell’uno o dell’altro tipo: 
«I monasteri femminili ordinati interamente alla vita contemplativa, devono osservare la clausura papale, ossia regolata dalle norme stabilite dalla Sede Apostolica. Gli altri monasteri femminili osservino la clausura rispondente alla propria indole e definita nelle costituzioni».
Mi sembra che il testo sia sufficientemente chiaro: i monasteri interamente dediti alla vita contemplativa devono (si noti, “devono”) osservare la clausura papale; gli altri (ossia quelli che, accanto alla vita contemplativa, legittimamente esercitano qualche attività apostolica) osserveranno la clausura costituzionale (cioè definita nelle loro costituzioni). Mi lascia pertanto assai perplesso la disposizione di Vultum Dei quaerere: 
«Ogni monastero, dopo un serio discernimento e rispettando la propria tradizione e quanto esigono le Costituzioni, chieda alla Santa Sede quale forma di clausura vuole abbracciare, qualora si richieda una forma diversa da quella vigente» (art. 10, § 1). 
Che significa “quale forma di clausura vuole abbracciare”? Il criterio non è la “volontà” soggettiva del monastero (ciò che in questo momento piace alle monache), ma la sua fisionomia oggettiva (se cioè il monastero è esclusivamente dedito alla contemplazione o se invece si dedica anche a qualche forma di apostolato). È ovvio che c’è sempre la possibilità di cambiare; ma si può cambiare solo perché cambia la fisionomia del monastero, non perché cambiano i gusti delle monache.

Questo mi sembra che sia il punto piú debole del documento, che d’altronde riflette una mentalità oggi piuttosto diffusa nella vita religiosa (e se ne possono constatare le conseguenze...): siamo noi che dobbiamo “inventare” la nostra vita religiosa, dimenticando che essa è innanzi tutto un dono che riceviamo e al quale dobbiamo semplicemente adeguarci. Tale mentalità si manifesta in un altro elemento ricorrente nella costituzione apostolica: l’adozione, anche per i monasteri di clausura, del “progetto comunitario” (art. 3, § 1; art. 6, § 1; art. 7, § 2; art. 13). A quanto mi risulta, finora i documenti della Santa Sede sulla vita religiosa non ne avevano mai parlato (ho trovato un fugace accenno solo ne La vita fraterna in comunità, n. 32); ma negli istituti religiosi è una pratica che ha avuto una larga diffusione negli ultimi decenni (penso che l’origine sia l’America Latina). Il progetto comunitario è stato presentato come uno strumento di rivitalizzazione delle comunità, praticamente come una panacea a tutti i mali della vita religiosa. Nella mia Congregazione fu adottato dal Capitolo generale del 1988 e poi si è trascinato fino a nostri giorni diventando una pratica burocratica come tante altre (il Superiore che all’inizio di ogni anno manda al Provinciale il progetto comunitario, riducendosi a fare uso del “copia e incolla”). Ma ciò che è sbagliato è la mentalità che c’è dietro: l’idea che ogni anno la comunità debba “reinventare” la propria vita religiosa, come se il vangelo, il diritto canonico e le costituzioni non bastassero. Ora si vuole che anche i monasteri di clausura si adeguino a una pratica di cui, sinceramente, finora non s’è visto alcun frutto nelle altre comunità religiose. Quand’è che riusciremo a liberarci dalle categorie della progettualità, della creatività, della fantasia, dell’invenzione (non sono forse altrettante forme di “autoreferenzialità”?), che hanno arrecato non pochi danni alla vita religiosa, e impareremo ad accogliere e a conformarci a un progetto che ci precede, un progetto che non è nostro, ma ci è stato dato da Dio, dalla Chiesa, dai nostri fondatori?
Q

domenica 7 agosto 2016

«Estote parati»



Last Sunday’s liturgy was about detachment from material goods. In today’s gospel we still find an echo of that teaching, “Sell your belongings and give alms. Provide money bags for yourselves that do not wear out, an inexhaustible treasure in heaven that no thief can reach nor moth destroy.” But this reference just serves to introduce the theme of today’s liturgy, which is vigilance. All three readings are about waiting.

We can start from the second reading, which is about Abraham. He was called by God “to go out to a place that he was to receive as an inheritance.” God said to him, “I will make of you a great nation.” To be sure, he went to Canaan, where he lived as a foreigner in tents, and had a son, Isaac, from his barren wife, Sarah; but that was the end of it. The letter to the Hebrews rightly points out that “they did not receive what had been promised, but saw it and greeted it from afar and acknowledged themselves to be strangers and aliens on earth, for those who speak thus show that they are seeking a homeland.” They believed; that is why “God is not ashamed to be called their God, for he has prepared a city for them.”

If we now pass on to the first reading, we find the Israelites on the night of the Passover. They also had received “oaths in which they put their faith.” And for that reason “they awaited the salvation of the just and the destruction of their foes.” They saw with their eyes the fulfillment of the promises; they experienced the might of God, who delivered them from Egypt. But we can imagine what they felt that night: nothing was assured; their flight could fail; only faith gave them courage.

And now let us move on to the gospel. It invites us to take the same attitude of the Israelites before leaving Egypt, “Gird your loins and light your lamps.” The Israelites had their loins girt to be ready to flee; in this case we have to gird our loins to be ready to work on the Lord’s arrival. The master is away for a wedding, and he could come back at any moment. The servants do not know at what time he is coming; so they should be vigilant, that is awake, watchful and ever ready to open to him. Surprisingly, when he comes and finds them so, it will be he to gird himself and wait on them. So, in short, “you also must be prepared (estote parati), for at an hour you do not expect, the Son of Man will come.”

These words apply to everyone. Peter thought that they were addressed only to the apostles. Specifically for them, Jesus adds another parable. The apostles are—they also—servants, but with an additional responsibility: they are like the steward of the parable, whom the master “put in charge of his servants to distribute the food allowance at the proper time.” This is their specific assignment: to be at the service of their co-servants. Of course, to fulfill their task, they are provided with authority; but they cannot abuse their authority, especially in absence of their master. They also do not know the hour of his return; so, they should always be, all the more, at work. In their case, the recompense will be greater; since they were faithful in small matters, they will be given great responsibilities: the master will put them in charge of all his property. 

What matters is to learn to wait. We cannot be impatient. God takes his time. We cannot hurry him. It is we that should adapt to him; not he to us. The only thing we can do is to wait and be ready. Nothing else.
Q

domenica 31 luglio 2016

«Vanitas vanitatum»



Today’s liturgy is about the right attitude we should have towards material goods. Someone asks Jesus to arbitrate in the dispute between him and his brother over an inheritance. This kind of mediation was frequently requested from rabbis; and Jesus was a rabbi. So, there is nothing strange in this request. Moreover, it could be considered a good work to bring back peace in a family. And yet Jesus declines the invitation, “Who appointed me as your judge and arbitrator?” If ever there is a judge, that is exactly Jesus; but he refuses to play this role in connection with a quarrel about money. Why? Because money is not what matters in life: “Life does not consist in possessions.” Jesus came into the world to show us what really matters; not to do justice in issues of no account. Even because, behind the demand for justice, often there is hidden an inordinate desire for wealth: “Take care to guard against all greed.”

To show us that “life does not consist in possessions,” Jesus tells us the parable of the rich fool. Notice: the bountiful harvest is not the result of special efforts by the rich man; it just depends on nature. Therefore, the rich man is neither to praise nor to blame for this. Nor should he be blamed because he asks himself what to do with all these goods, and decides to build larger barns to store his grain. There is nothing wrong in doing that. Material goods are to be kept and managed correctly. It would be irresponsible to let all those goods be ruined. So where is the rich man wrong? His fault is in putting his trust exclusively in material possessions, as if life depended on them. One might also have vast riches, but if he realizes that they are not all in life, that they are just a means to live and to do good, that we could lose them suddenly and, in any case, we shall leave them when we die, there is no problem. The problem is when we are under the illusion that, with many material goods, we can rest easy, as if we should have problems no more, as if life depended on those goods. In my opinion, the great sin of the rich man is what he says to himself, “Now as for you, you have so many good things stored up for many years, rest, eat, drink, be merry!” The only concern of this man now is to rest, eat, drink and be merry. This last verb is the same we find in another parable of Luke’s gospel, the parable of the rich man and Lazarus: even in that case, the rich man has no other troubles than to eat, drink and enjoy life. Don’t you think that this is also our ideal? It seems that nowadays for most of people, especially for the youth, the only thing to which aspire is to enjoy themselves, to have fun, without worrying over problems around them. But God says to the rich man, “You fool, this night your life will be demanded of you.” It is terrible; but, once in a while, it can be useful to be put in front of the seriousness of life. Life is not a game; it is a gift given to us, so that we may get rich in what matters to God. All the rest is vanity of vanities (vanitas vanitatum), as the first reading says.

In the second reading maybe we find the deepest reason why we should not be attached to material goods. If you have noticed, Saint Paul tells us to put to death a series of vices present in our lives: “immorality, impurity, passion, evil desire,” and then he adds another vice, which would seem the worst: “and the greed that is idolatry.” You see? Greed is more serious than other vices; and the reason is because greed is a kind of idolatry. This means that material goods can take the place of God; they become an idol and we — maybe without realizing — worship them instead of the true God. May the Lord deliver us from this idolatry and teach us — as we prayed last Sunday — to “use the good things that pass in such a way as to hold fast even now to those that ever endure.”
Q

venerdì 29 luglio 2016

A proposito di discernimento



Nell’intervista rilasciata a La Civiltà Cattolica (n. 3918 del 19 settembre 2013) alla domanda di Padre Spadaro: «Quale punto della spiritualità ignaziana la aiuta meglio a vivere il ministero?», Papa Francesco risponde:
«Il discernimento. Il discernimento è una delle cose che piú ha lavorato interiormente sant’Ignazio. Per lui è uno strumento di lotta per conoscere meglio il Signore e seguirlo piú da vicino. Mi ha sempre colpito una massima con la quale viene descritta la visione di Ignazio: Non coerceri a maximo, sed contineri a minimo divinum est. Ho molto riflettuto su questa frase in ordine al governo, ad essere superiore: non essere ristretti dallo spazio piú grande, ma essere in grado di stare nello spazio piú ristretto. Questa virtú del grande e del piccolo è la magnanimità, che dalla posizione in cui siamo ci fa guardare sempre l’orizzonte. È fare le cose piccole di ogni giorno con un cuore grande e aperto a Dio e agli altri. È valorizzare le cose piccole all’interno di grandi orizzonti, quelli del Regno di Dio».
«Questa massima offre i parametri per assumere una posizione corretta per il discernimento, per sentire le cose di Dio a partire dal suo “punto di vista”. Per sant’Ignazio i grandi princípi devono essere incarnati nelle circostanze di luogo, di tempo e di persone. A suo modo Giovanni XXIII si mise in questa posizione di governo quando ripeté la massima Omnia videre, multa dissimulare, pauca corrigere, perché, pur vedendo omnia, la dimensione massima, riteneva di agire su pauca, su una dimensione minima. Si possono avere grandi progetti e realizzarli agendo su poche minime cose. O si possono usare mezzi deboli che risultano piú efficaci di quelli forti, come dice anche san Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi».
«Questo discernimento richiede tempo. Molti, ad esempio, pensano che i cambiamenti e le riforme possano avvenire in breve tempo. Io credo che ci sia sempre bisogno di tempo per porre le basi di un cambiamento vero, efficace. E questo è il tempo del discernimento. E a volte il discernimento invece sprona a fare subito quel che invece inizialmente si pensa di fare dopo. È ciò che è accaduto anche a me in questi mesi. Il discernimento si realizza sempre alla presenza del Signore, guardando i segni, ascoltando le cose che accadono, il sentire della gente, specialmente i poveri. Le mie scelte, anche quelle legate alla normalità della vita, come l’usare una macchina modesta, sono legate a un discernimento spirituale che risponde a una esigenza che nasce dalle cose, dalla gente, dalla lettura dei segni dei tempi. Il discernimento nel Signore mi guida nel mio modo di governare».
«Ecco, invece diffido delle decisioni prese in maniera improvvisa. Diffido sempre della prima decisione, cioè della prima cosa che mi viene in mente di fare se devo prendere una decisione. In genere è la cosa sbagliata. Devo attendere, valutare interiormente, prendendo il tempo necessario. La sapienza del discernimento riscatta la necessaria ambiguità della vita e fa trovare i mezzi piú opportuni, che non sempre si identificano con ciò che sembra grande o forte» (pp. 453-454).
Chiosa Padre Spadaro: «Il discernimento è dunque un pilastro della spiritualità del Papa. In questo si esprime in maniera peculiare la sua identità gesuitica» (p. 454). In effetti, si tratta di un tema che ritorna nel successivo magistero di Papa Bergoglio: nell’esortazione apostolica “programmatica” Evangelii gaudium il tema ricorre una decina di volte (nn. 16; 30; 33; 43; 45; 50; 154; 166; 179; 181); nell’esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia il discernimento risulta essere uno degli argomenti centrali: si contano una quarantina di ricorrenze del termine; ad esso è dedicato in particolare il capitolo 8 (“Accompagnare, discernere e integrare le fragilità”). E proprio al ruolo-chiave svolto dal discernimento in Amoris laetitia Padre Spadaro, insieme al teologo americano Louis J. Cameli, ha dedicato recentemente un articolo su La Civiltà Cattolica (n. 3985 del 9 luglio 2016, pp. 3-16) dal titolo “La sfida del discernimento in Amoris laetitia”. Purtroppo, in questo caso non posso darvi il link, dal momento che la consultazione online è permessa solo agli abbonati; mi limiterò perciò a fornirvi l’abstract dell’articolo:
«La parola “discernimento” occupa un posto determinante nell’impianto dell’Esortazione apostolica postsinodale di Papa Francesco sulla famiglia Amoris laetitia. Francesco usa parole molto forti al riguardo: “È meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale, perché questo non basta a discernere e ad assicurare una piena fedeltà a Dio nell’esistenza concreta di un essere umano”. Alcune tra le incomprensioni riguardo a questo importante testo del Magistero nascono proprio dall’incapacità di comprendere che cosa sia il discernimento e di viverlo. L’articolo — scritto a quattro mani dal nostro direttore e da un sacerdote teologo dell’arcidiocesi di Chicago — intende aiutare il lettore a comprendere meglio che cosa sia il discernimento e la sfida seria e impegnativa che esso pone alla pastorale».
Posso inoltre rinviarvi a un paio di commenti: la breve recensione della Nuova Bussola Quotidiana e le recenti riflessioni, in due puntate (qui e qui) di Andrea Mondinelli su CulturaCattolica.it

Non si può inoltre ignorare che “discernimento” è una delle “sei parole talismaniche” di cui tratta Guido Vignelli nel suo Una rivoluzione pastorale, recentemente pubblicato da “Tradizione Famiglia Proprietà” (Roma, 2016, pp. 96), con la prefazione di S. E. Mons. Athanasius Schneider e, in appendice, una sintesi del saggio di Plinio Corrêa de Oliveira Trasbordo ideologico inavvertito e dialogo (in questo caso, chiunque può liberamente consultare online e scaricare il libro qui). Non posso che raccomandare a tutti la lettura di questo volumetto. Tuttavia non mi sembra soddisfacente la trattazione riguardante il discernimento. Pertanto, vediamo un po’ di raccapezzarci su una questione che sembra diventata particolarmente intricata e confusa.

1. Il discernimento degli spiriti

“Discernimento” deriva dal latino dis-cernere, che significa “distinguere, separare”. Come ricorda Padre Spadaro nel suo articolo, il discernimento è all’origine uno dei carismi elencati nella prima lettera ai Corinzi (12:10; 14:29): piú precisamente, Paolo parla di “discernimento degli spiriti” (διακρίσεις πνευμάτων, discretio spirituum). Un’idea che aveva già espresso nella prima lettera ai Tessalonicesi: «Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate (δοκιμάζετε, probate) ogni cosa e tenete ciò che è buono» (5:19-21), e che ritroviamo nella prima lettera di Giovanni: «Non prestate fede a ogni spirito, ma mettete alla prova gli spiriti (δοκιμάζετε τὰ πνεύματα, probate spiritus), per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono venuti nel mondo» (4:1). Da questi testi appare chiaro che ci troviamo in un contesto tutto “spirituale”. Come giustamente fa notare Padre Spadaro:
«Esistono diversi “spiriti” al lavoro nel mondo e nella nostra vita. Certo, lo Spirito Santo di Dio ci attira verso Dio, ma ci sono anche altri spiriti che possono ostacolare il nostro cammino. Il discernimento ci aiuta a determinare ciò che ci porta a Dio e ciò che ci conduce lontano da lui» (p. 5).
Come abbiamo visto in Paolo e Giovanni, questi “spiriti” — buoni e cattivi — si esprimono solitamente attraverso dei “profeti”. Non si tratta, ovviamente, dei profeti dell’Antico Testamento, ma dei “profeti” presenti nelle prime comunità cristiane. Paolo ci invita a non disprezzare tali profeti e quindi a essere aperti nei loro confronti; ma, allo stesso tempo, Giovanni ci mette in guardia dalle contraffazioni, essendoci in circolazione molti “falsi profeti”. Che fare allora? Entrambi ci raccomandano di vagliare, mettere alla prova, discernere gli spiriti, per saggiare se sono da Dio o no. Il discernimento sta esattamente in questo: verificare se un determinato spirito viene da Dio, e quindi è buono e da accogliere, o se proviene dal demonio, e quindi è cattivo e da respingere.

La TOB, nella nota a 1Cor 12:10, fa notare che si tratta di «una capacità che ogni fedele deve possedere». Personalmente, penso che — senza escludere il possesso del dono della discretio spirituum, che è un carisma, da parte di singoli e senza mettere in discussione il dovere per ogni cristiano di discernere la verità dall’errore, il bene dal male — normalmente i fedeli esercitano il discernimento attraverso quello che viene chiamato sensus fidei o sensus fidelium (su cui si può utilmente consultare Lumen gentium, n. 12, il Catechismo della Chiesa cattolica, nn. 91-93, e il recente documento della Commissione teologica internazionale Il “sensus fidei” nella vita della Chiesa). Altrettanto normalmente il discernimento dei carismi viene compiuto da coloro ai quali, nella Chiesa, è stato affidato il compito di guidare, come Pastori, il popolo di Dio, vale a dire il Papa e i Vescovi in comunione con lui. Afferma in proposito il Catechismo:
«È in questo senso che si dimostra sempre necessario il discernimento dei carismi. Nessun carisma dispensa dal riferirsi e sottomettersi ai Pastori della Chiesa, “ai quali spetta specialmente, non di estinguere, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono” [LG 12], affinché tutti i carismi, nella loro diversità e complementarità, cooperino all’“utilità comune” [1Cor 12:7]» (n. 801).
Tale discernimento si verifica, per esempio, in occasione delle fondazione di un nuovo istituto religioso, un procedimento assai delicato, tanto che recentemente è stata resa obbligatoria ad validitatem la consultazione previa della Santa Sede per l’erezione di un istituto di diritto diocesano prevista dal can. 579 (vedi qui). Un discernimento simile va operato in altre situazioni, come, per esempio, nel caso delle apparizioni mariane. Sono trentacinque anni che esiste il fenomeno Medjugorje, eppure la Santa Sede non si è ancora pronunciata in maniera chiara e definitiva. Questo solo per dire che non è per nulla facile discernere certi fenomeni spirituali.

2. Il discernimento ecclesiale

Questo il significato originale di “discernimento degli spiriti”. Naturalmente esso si è andato via via estendendo. In senso lato, i Pastori della Chiesa sono chiamati a discernere se una determinata dottrina sia vera o falsa, o se un determinato comportamento sia buono o cattivo, o, su un piano disciplinare o pastorale, se determinate consuetudini siano ancora valide, e vadano quindi ritenute, o se siano superate, e vadano quindi abbandonate. Da questo punto di vista, il campione di questo tipo di discernimento nei nostri tempi, secondo me, è il Beato Paolo VI, il quale, in una situazione in cui tutto veniva messo in discussione, ha dovuto discernere che cosa bisognava conservare e che cosa si poteva lasciar cadere. Come ho avuto modo di rilevare (vedi qui), ritengo che lo stesso Concilio Vaticano II possa essere considerato come una forma di discernimento della Chiesa sulla modernità e il modernismo, in attuazione del precetto paolino: «Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono».

3. Il discernimento comunitario

In un senso ancora piú vasto, “discernimento” è diventato sinonimo (ma in effetti lo è sempre stato) di lettura dei “segni dei tempi” e di ricerca della volontà di Dio in una particolare situazione, sia a livello comunitario, sia a livello individuale. Nel primo caso abbiamo il “discernimento comunitario”, praticato oggi soprattutto nell’ambito della vita religiosa. Ne parlano ampiamente il documento La vita fraterna in comunità (2 febbraio 1994) e l’esortazione apostolica Vita consecrata (25 marzo 1996). Il primo di questi documenti descrive cosí il discernimento comunitario:
«Il discernimento comunitario è un procedimento assai utile, anche se non facile né automatico, perché coinvolge competenza umana, sapienza spirituale e distacco personale. Là dove è praticato con fede e serietà può offrire all’autorità le migliori condizioni per prendere le necessarie decisioni in vista del bene della vita fraterna e della missione» (n. 50).
Tale discernimento si realizza specialmente a livello capitolare. Anche se i capitoli, a cominciare da quelli generali, purtroppo sono spesso controllati dalle lobby, quando si dimenticano gli interessi umani e ci si abbandona senza riserve all’azione dello Spirito, il discernimento è molto efficace. Posso testimoniarlo per esperienza personale.

4. Il discernimento spirituale

Sempre in ambito monastico/religioso, si afferma progressivamente la pratica del discernimento spirituale individuale. Padre Spadaro, nel suo articolo, fa riferimento a «i padri e le madri del deserto» (beh, le madri poteva pure risparmiarsele…) per accennare poi all’esperienza di Sant’Ignazio di Loyola che troviamo descritta nei suoi Esercizi spirituali. L’esperienza del fondatore dei Gesuiti infatti è fondamentalmente una esperienza personale di discernimento, riversata poi negli Esercizi spirituali, perché altri potessero ripeterla. Si veda in proposito la lettura della liturgia delle ore del 31 luglio, in particolare la finale: 
«Fu la prima meditazione intorno alle cose spirituali. In seguito poi, addentratosi ormai negli esercizi spirituali, costatò che proprio da qui aveva cominciato a comprendere quello che insegnò ai suoi sulla diversità degli spiriti». 
Ritroviamo l’espressione “spiriti”, che avevamo incontrato nel Nuovo Testamento. In questo caso però non si tratta né di carismi né di profezie, ma della presenza e dell’azione dello spirito del bene e dello spirito del male dentro ciascuno di noi. Gli Esercizi spirituali vengono scritti «per vincere sé stesso e per mettere ordine nella propria vita senza prendere decisioni in base ad alcuna affezione che sia disordinata» (n. 21). Fine degli esercizi è l’“elezione”, vale a dire la scelta, o la “riforma” dello stato di vita. Per poter arrivare a questo, occorre appunto fare discernimento. A tale proposito troviamo, alla fine degli Esercizi spirituali, due serie di “regole per riconoscere gli spiriti”, la prima piú adatta alla prima settimana (nn. 313-327) e la seconda indicata soprattutto per la seconda settimana (nn. 328-336). Si tratta di regole destinate a chi dirige gli esercizi, per aiutare l’esercitante a fare discernimento: il discernimento deve essere fatto dall’interessato; il direttore può guidarlo, ma non può sostituirsi a lui. Le regole servono a riconoscere gli spiriti buoni e quelli cattivi, a sapere come comportarsi nel tempo della “consolazione” e della “desolazione” spirituale, a prepararsi ad affrontare le tentazioni e gli inganni del demonio. Ebbene, si tratta di una procedura estremamente complessa e laboriosa che richiede, appunto, tutta una serie di “esercizi spirituali”: quattro settimane di completo ritiro, silenzio rigoroso, cinque ore di orazione ogni giorno, esame di coscienza (particolare e generale), confessione generale dei peccati, ecc. Un metodo severo, ma efficace (anche in questo caso, parlo per esperienza personale).

5. Il discernimento morale

Un’altra forma di discernimento individuale è quello che potremmo definire “morale”. Vi fa riferimento il Catechismo della Chiesa cattolica trattando del giudizio della coscienza (nn. 1777-1782):
«La dignità della persona umana implica ed esige la rettitudine della coscienza morale. La coscienza morale comprende la percezione dei principi della moralità (sinderesi), la loro applicazione nelle circostanze di fatto mediante un discernimento pratico delle ragioni e dei beni e, infine, il giudizio riguardante gli atti concreti che si devono compiere o che sono già stati compiuti. La verità sul bene morale, dichiarata nella legge della ragione, è praticamente e concretamente riconosciuta attraverso il giudizio prudente della coscienza. Si chiama prudente l’uomo le cui scelte sono conformi a tale giudizio» (n. 1780).
Come si può vedere da tale testo, il discernimento, in questo caso, è un momento previo al giudizio della coscienza: esso consiste nell’applicazione dei principi della moralità — in sé astratti, perché universali — alla situazione concreta in cui ci troviamo a vivere.

6. Il discernimento pastorale

Ora, infine, ci viene proposto, come “chiave di un cristianesimo adulto” (Padre Spadaro), il “discernimento pastorale”. Di che cosa si tratta? Mah, nonostante i numerosi interventi in proposito, non mi sembra che sia poi cosí chiaro. Vediamo di capirci qualcosa. Innanzi tutto, sembrerebbe che non c’entri nulla col discernimento spirituale, né quello di carattere ecclesiale, né quello individuale di ignaziana memoria. Sembrerebbe piuttosto rientrare nell’ambito del discernimento morale. Con la differenza che non è l’individuo a farlo, nel contesto del giudizio morale, ma un’altra persona — un sacerdote, un confessore, un direttore spirituale — nell’ambito del cosiddetto “accompagnamento pastorale” (un’altra delle parole talismaniche, di cui al volume di Guido Vignelli). Almeno cosí mi par di capire. Amoris laetitia applica questo metodo pastorale alle situazioni matrimoniali “cosiddette” irregolari. Che cosa si tratta di fare? Non bisogna limitarsi a esprimere un giudizio, in base ai principi — astratti — della legge morale; occorre considerare (“discernere”) le situazioni concrete — diversissime tra loro — in cui ciascuna coppia si trova a vivere; e, in base a tale discernimento, verificare l’esistenza di circostanze che possono attenuare se non addirittura annullare la responsabilità morale di determinati comportamenti. Che dire? 

Beh, che la Chiesa abbia sempre fatto tale discernimento, in foro interno (nell’ambito della confessione sacramentale o in sede di direzione spirituale), è un dato di fatto; non è una novità. Ciò che mi crea problema è fare di tale discernimento una “tecnica pastorale”. Ho l’impressione che si stia banalizzando un procedimento estremamente complesso e delicato. Abbiamo visto quale rigida disciplina comporti il discernimento spirituale negli esercizi ignaziani; ora si ha l’impressione (sottolineo: “impressione”) che basti il colloquio con un sacerdote per risolvere situazioni estremamente complesse e ingarbugliate. È vero, si parla di “accompagnamento”. Ma che significa? 

Il bello è che, per risolvere certi problemi, ci si affida alla confessione, alla direzione spirituale, al foro interno, proprio ora che la gente non va piú in chiesa e, se ci va, non si confessa e, se si confessa, si guarda bene dal tirar fuori certe questioni. Figuriamoci poi se pratica la direzione spirituale! E questo tipo di soluzioni pastorali vengono proprio dai paesi dove negli ultimi anni si è registrato un crollo della pratica sacramentale (si vedano i dati riportati recentemente da Marco Tosatti a proposito della Germania). Senza dire poi che la confessione e la direzione spirituale sono pratiche individuali, mentre il matrimonio è una questione di coppia e, per sua natura, ha carattere pubblico: come si possono risolvere in foro interno questioni che dovrebbero essere affrontate in foro esterno (giudiziale o extragiudiziale)? Non sono un moralista né un canonista (e pertanto chiedo venia per eventuali inesattezze), ma ho l’impressione che qualcosa non torni. Lo scopo del discernimento non può essere la ricerca delle circostanze attenuanti del nostro comportamento, ma la ricerca della volontà di Dio su di noi. E, per far questo, la prima condizione è la conversione: riconoscere umilmente i propri peccati e impegnarsi a cambiare vita. Noi invece andiamo a cercare le scusanti. 

Non sarà il caso di fare un po’ di discernimento anche sulla nuova pastorale? L’ultima delle regole per il discernimento della prima settimana degli esercizi spirituali di Sant’Ignazio recita:
«Quattordicesima regola. Cosí pure il demonio si comporta come un condottiero che vuole vincere e fare bottino. Infatti un capitano, che è capo di un esercito, pianta il campo ed esamina le difese o la disposizione di un castello, e poi lo attacca dalla parte piú debole. Allo stesso modo il nemico della natura umana ci gira attorno ed esamina tutte le nostre virtú teologali, cardinali e morali, e poi ci attacca e cerca di prenderci dove ci trova piú deboli e piú sprovveduti per la nostra salvezza eterna» (n. 327).
Non sarà, niente niente, che il “nemico della natura umana” ci stia ingannando con una delle sue astuzie?
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